sabato, 7 dicembre 2019 sabato, 7 dicembre 2019

Ma dove sono le nostre parole?

UnaTalks Milano 2013


Questa notte ho sognato un sommergibile che portava un nome di donna e che saliva e risaliva dall’abisso più profondo e ho pensato, svegliandomi, che come tutti i sommergibili sarebbe emerso all’improvviso, come faranno le donne sorprendendo il mondo. Ma dove sono le nostre parole? Quelle delle madri, delle sorelle e delle figlie; le nostre parole non scorrono in superficie, rimangono invisibili, sono parole carsiche, forse per stanchezza, per abitudine o per eccesso di prudenza.

Per questo è nato «Unaqualunque Talks», esperimento di verbalizzazione femminile risultato della collaborazione e delle conversazioni virtuali di casalinghe e madri, associazioni femminili, scrittrici e giornaliste, imprenditrici ed esperte di marketing e innovazione tecnologica che in quest’ultimo anno hanno indagato, con metodi scientifici e informali, su quale sia la maggiore difficoltà che incontrano le donne italiane nel far emergere la loro voce nel discorso pubblico.

Questa difficoltà è tanto più inspiegabile considerando il fatto che le donne italiane sono stimate e amate nel mondo, hanno carattere senza avere un brutto carattere, leggono, scrivono, amano, amministrano, cucinano, servono la famiglia senza riserve, hanno una sensualità naturale, un modo dolce di essere madri. Queste inascoltate donne italiane sono un «brand planetario» e non ci fanno caso.

Ma il nostro Paese attraversa un momento così difficile che forse saremo costrette ad abbandonare l’attitudine di spettatrici operose e per dovere, non per piacere, saremo costrette a diventare attrici propositive.

Accettare di salire su un palco, prendersi la responsabilità di un’esposizione assertiva ed efficace ha un forte valore simbolico visto che le doti migliori del narratore, in questo caso della narratrice, risiedono nella capacità di evocare in ciascuno collegamenti personali che lascino all’ascoltatore la libertà di percorrere strade interiori di crescita. Gesti e parole di cui assumersi la responsabilità potrebbero rendere l’esercizio efficace.

Infatti sono ottimista, senza premeditazione e senza calcolo, che l’esercizio di verbalizzazione proposto da UnaTalks alle donne italiane diverrà rapidamente virale. La comunicazione contemporanea sceglie ormai con forza il contenuto al posto del contenitore e non c’è dubbio che in questa prospettiva le donne tutte, seppure in fase di elaborazione, dispongano del catalizzatore più forte del terzo millennio, la questione femminile appunto, a prescindere da quanto siano deboli, povere, anziane, stanche ed emarginate oppure vincenti, fortunate, sane e competenti.

Volendo quindi dare un pulpito pubblico alle donne italiane che vogliono prendere la parola, abbiamo trovato una strada breve e diretta per un’azione possibile ed efficace. Su suggerimento di molte, abbiamo scelto di copiare nel dettaglio il modello Ted Talks  sia per il suo successo planetario, sia per la sua formula che crea un collegamento diretto fra il luogo fisico dello speech (le parole delle donne) e la realtà del web.

UnaTalks (una qualunque di noi che prende la parola) è un meccanismo semplice, che basandosi sul lavoro di molte donne e superando ideologie e vecchi schemi, si propone di mettersi al servizio delle potenzialità femminili del Paese, per contribuire a correggere l’isolamento, la frammentazione degli obiettivi e il digital divide. Innovazione sociale per via tecnologica che potremmo definire come «un racconto da costruire e condividere su tutto ciò che sta a cuore alle donne».

Sappiamo che l’impegno senza continuità è tempo sprecato, pensiamo quindi di ripetere lo stesso «esercizio» in luoghi differenti su tutto il territorio nazionale, viralizzandone i contenuti sul web. Certo non sarà facile imparare a sviluppare un’alchimia efficace fra testo e innovazione sociale e sarà fondamentale la scelta dei temi, alcuni già definiti, altri da costruire, ma la tradizione orale appartiene alle donne e il web può creare network territoriali, proposte, emozioni e soluzioni condivise.

Lo spazio teatrale come luogo fisico sembra adatto perché ricorda la piazza, il focolare, l’agorà offrendo una piattaforma a narratrici e pubblico che permetta di passare dalla parola all’azione e dalle idee ai fatti. La neutralità che a volte ostentiamo nei confronti dello status quo di genere non è per nulla neutrale. Tra il silenzio della subordinazione e la turbolenta voce della protesta cerchiamo la via di mezzo, diamo la parola a una qualunque di noi perché impari a diventare una demiurga benefica.

La cosa che più ci spaventa è il confronto con la performance del racconto. Gestualità, voce, ritmo dell’esposizione, collegamenti a immagini e dati dovranno essere sperimentati per arrivare all’efficacia utile a coinvolgere attivamente gli interlocutori. Esporre idee ed emozioni in modo sistematico è per le donne italiane una modalità di linguaggio nuova se paragonata all’abituale monologo interiore femminile che rimane generalmente inespresso.

Benvenute in questo racconto che è già vostro.

di Sabina Ciuffini - Corriere della Sera, 20 aprile 2013